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Inventori di Successo: intervista a Gene Frantz della Texas Instruments

(tratto dal libro: "Inventors at Work" di Brett Stern)

Gene Frantz ha sempre saputo che voleva essere un ingegnere. Ha trascorso gran parte della sua infanzia smontando gli oggetti e guadagnandosi la tolleranza dei suoi genitori convincendoli che tutto questo era per il piacere della scoperta. Adesso, come direttore della Texas Instruments e come uno degli maggiori esperti industriali nel settore dell'elettronica digitale, Frantz continua a piegare le regole per promuovere l'innovazione.

Riconosciuto da molti nell'industria quale il “padre dell'elaborazione digitale dei segnali” Frantz è stato coinvolto profondamente nell'evoluzione della tecnologia, dalla teoria al prodotto, fino ad essere ora un riferimento per i nuovi mercati e i nuovi prodotti. Dopo essere stato assunto nel reparto di prodotti per i consumatori della Texas Instruments nel 1974, Frantz ha contribuito allo sviluppo dei prodotti dedicati all'apprendimento.

Egli ha lavorato come responsabile di prodotti di supporto all'apprendimento, come Speak & Spell, ed ha gestito un team di sviluppo per tutti i prodotti della Texas Instruments dedicati alle prime parole dei bambini piccoli. Frantz è membro dell'Associazione Internazionale di Ingegneri Elettrici ed Elettronici (IEEE) ed è titolare di più di 45 brevetti nel campo delle memorie, della sintesi vocale, dei prodotti di consumo e dell'elaborazione elettronica dei segnali.

Frantz ha ricevuto nel 1971 la laurea di primo livello dall'Università della Florida Centrale, la laurea specialistica nel 1977 dall'Università Southern Methodist ed il Master MBA dall'Università della Tecnologia del Texas nel 1982.

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- Dunque, che cosa fa un direttore tutto il giorno ?

- Molti anni fa un tizio scrisse un libro sugli “intra-prenditori” che sono quegli imprenditori che in realtà lavorano alle dipendenze di una società. E scoprii subito che gli intra-prenditori sono licenziati parecchio.

- Lei è ancora qui, quindi certamente ha fatto qualcosa di giusto o sbagliato che l'ha fatta restare.

- Mi permetta di definire il termine “licenziato” in questo modo: io sono stato licenziato sei o sette volte alla Texas Instruments. E questo non lo considero offensivo. Dico sempre che quando in una conversazione escono fuori due parole specifiche, vengo sempre licenziato. Le due parole sono “programmazione” e “profitto”. E il vantaggio che ho, come mi disse un amico, è che la Texas Instruments è una società di start-up con trentamila dipendenti.

- E' un bene che possano continuare con le idee di una start-up.

- Ma se pensa di avere così tante risorse alle spalle, allora si arriva al punto che l'innovazione finisce ed è tempo di fare soldi. E' un punto di vista completamente diverso. Ora, questo punto di vista è completamente diverso dal mio, e così è stato facile “licenziarmi” e trovare un buon manager che arrivava e prendeva l'iniziativa, e gestiva quindi più un business che una bottega di idee.

- Quindi lei non si è mai occupato della parte economica.

- No, infatti. Hanno imparato a licenziarmi molto prima. Sono un utilizzatore di soldi e, come dico alla gente, ogni giorno della mia vita ringrazio il cielo che quasi il 100% degli ingegneri della Texas Instruments non è costituito da innovatori.

- E che cosa sono, allora ?

- Sono degli ottimi ingegneri di sviluppo di prodotto, seri, rigorosi, affidabili, che possono ottenere dei risultati, e poi ottenerli ancora, ancora, ancora e ancora.

- Qual è la sua definizione di innovazione ?

- Mi viene in mente questo detto, che mi sembra di aver sentito alla radio, che dice “La conoscenza è sapere la giusta risposta o avere la giusta risposta. L'intelligenza è fare la giusta domanda”. Io andrei due passi oltre: la creatività è fare la domanda per cui non esiste risposta. E l'innovazione è rispondere a quella domanda. E da questa deriva il business, che è fare soldi al là della risposta.

- Quindi qual è il suo lavoro ?

- Mi hanno definito un innovatore seriale.

- Il suo lavoro è trovare la risposta ?

- Sì, e a volte anche fare la domanda. Ma in genere la domanda non rappresenta l'inizio dell'impresa, ciò che rappresenta l'inizio dell'impresa è la risposta a quella domanda.

- Va bene, in questo processo - perchè il processo è molto importante - chi fa le domande e chi dà le risposte ?

- A volte faccio io le domande. A volte le domande le fa qualcun altro che nemmeno si rende conto di fare domande.

- Si riferisce al mercato dei consumatori ?

- Trascorro quasi un terzo del mio tempo nelle università o nelle start-up, ad ascoltare.

- E per quanto riguarda l'ascoltare l'utilizzatore finale, il consumatore ?

- Anche quello. E ho notato che con i consumatori, guardando bene, ottieni le risposte. Ma in molti casi i consumatori non sanno di cosa hanno bisogno, finchè non lo hanno visto.

- Forse perchè hanno paura delle cose nuove o hanno paura di cambiare ?

- Io penso che un pochino ha a che fare con il fatto che non sono consapevoli delle possibilità offerte dalla tecnologia.

- Quindi tutto il marketing là fuori, le ricerche di mercato e tutte le persone che passano il tempo a chiedere il parere dei consumatori, tutto questo a che serve ?

- Ha ragione, tutto serve. Le faccio un esempio che mi sembra divertente, che potrebbe chiarire le idee. L'Università della Southern California sta facendo ricerca nel campo della visione artificiale. Uno dei gruppi sta creando una telecamera che si inserisce direttamente nell'occhio così da non dover indossare degli occhiali. La telecamera è della grandezza di un chicco di riso. Ora, in questo caso, ho fatto la domanda: “dove altro possiamo mettere questa telecamera ?”. Ci abbiamo ragionato molto ed è uscito fuori che la telecamera della grandezza di un chicco di riso ha un mercato potenziale di 10 miliardi di dollari. L'utilizzo della telecamera intraoculare per la visione artificiale ha invece un mercato stimato di 10 milioni di dollari. Il mercato per cui è stato progettato il prodotto è un millesimo rispetto al mercato potenziale del prodotto.

- Quali sono gli altri possibili utilizzi di questa piccola telecamera ?

- Non glielo dico di certo.

- Va bene, può dirmi allora come è arrivato a questo punto, la sua storia, dove è nato, dove ha studiato e cosa ha studiato ?

- Ho fatto degli studi abbastanza normali: una laurea di primo livello all'Università della Florida Centrale, una laurea specialistica all'Università Southern Methodist ed un Master MBA all'Università della Tecnologia del Texas. Quello che penso dell'università è che, nella maggior parte dei casi, l'università uccide l'innovazione piuttosto che incoraggiarla.

- Ovviamente lei crescendo ha manifestato un interesse particolare nelle invenzioni. Quando è apparso questo interesse per la prima volta ?

- Oh, non lo so. Avevo una maestra alle elementari che un giorno mandò un biglietto a mia madre che diceva “Gene sta tutto il giorno a fissare fuori dalla finestra”, e mia madre mandò un biglietto con sopra scritto “Avrà delle grandi cose a cui pensare”, e la maestra mandò a sua volta un biglietto “No, sta soltanto lì a fissare”.

- E a che cosa pensava ?

- Stavo soltanto lì a fissare.

- Quindi non ha inventato nulla da giovane ?

- No, soltanto che adesso non me lo ricordo. Penso che è arrivato tutto in una volta quando ho cominciato a lavorare alla Texas Instruments, quando mi trovai in un'organizzazione che stava tentando di creare nuovi prodotti per i consumatori. Mi trovai nel reparto delle calcolatrici e feci amicizia con un giovane, Larry Brantingham, che era più o meno della mia stessa età ed era molto creativo nell'area dello sviluppo dei circuiti integrati. Mi trovai anch'io ad essere molto creativo nell'area dello sviluppo dei sistemi, semplicemente perchè ponevo la domanda “perchè questo oggetto deve essere fatto proprio così ?”

- Lei è conosciuto come il “padre dell'elaborazione digitale dei segnali”. Può spiegare in termini tecnici di cosa si tratta ? E può spiegarlo poi per l'uomo comune ?

- Prima di tutto, sono sempre attento a non prendermi il merito delle persone che hanno sviluppato la teoria dell'elaborazione dei segnali. Io ero più o meno dalla parte del “proviamo a realizzarlo e vediamo che succede”. E non ero io soltanto, c'erano altri tre ragazzi che lavoravano con me. Uno di loro era lo stesso di cui ho parlato prima, entrambi lavoravamo ai prodotti per i consumatori a quel tempo, ed eravamo noti come quei ragazzi ai quali chiunque si poteva rivolgere dicendo: “Qui abbiamo una nuova idea. Perchè non vedete se si può realizzare ?”. E noi ci mettevamo là a vedere come si poteva realizzare.

- Quindi voi eravate il braccio, la parte pratica dell'idea ?

- Noi eravamo il braccio, la parte sistemica dell'idea.

- Può spiegare la tecnologia in termini tecnici ?

- L'elaborazione digitale dei segnali, detto in parole semplici, è basata sul fatto che tutti i segnali interessanti al mondo sono analogici. Detto questo, qualcuno da qualche parte dirà che non è così, ma chi se ne importa. Il suono è analogico, la visione è analogica, il tatto è analogico, il gusto è analogico, e tutti questi sono segnali analogici. Gli sviluppi nel campo dei circuiti integrati sono stati per decine di anni nella parte digitale, più che nella parte analogica, così se voglio gestire o utilizzare questi segnali analogici per trasmettere informazione e fare altre cose interessanti, allora devo farlo utilizzando l'elaborazione digitale dei segnali. Per esempio, il telefono cellulare è fondamentalmente un sistema di elaborazione digitale dei segnali. Il lettore MP3 è un sistema di elaborazione digitale dei segnali. La TV digitale è ovviamente un sistema di elaborazione digitale dei segnali. Virtualmente ogni prodotto che realizziamo oggi funziona come un sistema di elaborazione digitale dei segnali. Fondamentalmente, si tratta di matematica che risponde alla domanda: “come posso creare un modello matematico di un sistema e farlo funzionare ?”.

- Quindi il suo lavoro nel 1976 era quello di prendere questa teoria del “come fare per” e realizzare un circuito elettronico che lo facesse.

- Quello di realizzare un circuito elettronico era il compito di un altro gruppo. Il mio era quello di far funzionare l'intero sistema. Bisogna capire che, soltanto perchè riesci a far parlare un prodotto, ed era quello che facevamo, non significa che ciò sia una buona idea. E se guardiamo indietro agli articoli degli anni '70 e primi anni '80 ci rendiamo conto che abbiamo tentato di far parlare le automobili. Questa non era proprio una buona idea. Perchè come disse una persona a quei tempi, “Tutti sanno che una portiera non è una giara. Perchè allora la macchina dice 'la portiera è una giara (ndr: a jar - giara, invece di ajar - socchiusa)”. Poi abbiamo fatto parlare gli ascensori. Abbiamo fatto parlare tutti gli oggetti che ci venivano in mente e in molti casi le persone ci dicevano “Non voglio che parli. Lo faresti star zitto per favore ?” Quindi c'era questo desiderio in tutto il mondo del “voglio far parlare ogni cosa” e poi una riflessione “ma non voglio davvero che parli proprio ogni cosa”. Così venne fuori (la domanda) “bene, quali cose funzionerebbero meglio con una voce ? Quali invece possono funzionare senza ?”.

- Allora a quali prodotti avete dato la voce ?

- Quello che ho cominciato a fare è stato di lavorare con delle aziende e provare ad aiutarle a capire quali erano le possibilità della sintesi vocale, quali erano i limiti della tecnologia, e quando le applicazioni erano fuori dai confini dell'utilità pratica.

- Il mercato si configura quando la tecnologia viene applicata.

- Sì, ma il mercato come al solito non comprende quando il prodotto funziona bene e quando non funziona bene. Uno dei prodotti che abbiamo realizzato dopo circa dieci anni dallo Speak and Spell era la bambola Julie. Era una bambola che aveva una capacità di riconoscimento vocale.

- E com'è andata ?

- Beh, ci sono state anche altre cose che l'hanno fatta morire di una rapida morte. E' successo che l'hanno lanciata alla fine del 1987, che se si ricorda era un anno di crisi del mercato finanziario, e le start-up ne risentirono fortemente. Ma io ho lavorato con le società di giocattoli per molti anni, provando ad implementare il riconoscimento vocale nei loro prodotti, e quello che è uscito fuori davvero su questo tema era che in quegli anni il riconoscimento vocale non funzionava.

- Sapevano le aziende come funzionava la tecnologia in queste situazioni ? Le aziende venivano da lei cercando qualcosa di nuovo ? Oppure lei si rivolgeva alle aziende dicendo “Ho una grande soluzione” ?

- Un po' entrambe le cose. Mi rivolgevo alle aziende dicendo “Abbiamo questa tecnologia, che cosa potremmo fare con essa ?”. E allo stesso tempo le aziende venivano da me dicendo cose del tipo “Abbiamo un'idea brillante, e tutto ciò che ci serve è il vostro sistema di riconoscimento vocale per farla funzionare”.

(segue)

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Intervista a Gene Frantz

della Texas Instruments

 





 

 
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