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Inventori di Successo: intervista a Helen Greiner, fondatrice della iRobot

(tratto dal libro: "Inventors at Work" di Brett Stern)

Helen Greiner, nata nel 1967, è l'amministratore delegato della CyPhy Works Inc., una start-up che funziona come una Divisione di Programmi Avanzati per progettare e realizzare dei robot innovativi. Nel 1990 ha fondato insieme ad altri la iRobot, che è diventata una società leader globale nei robot mobili grazie al successo del suo robot aspirapolvere Roomba, e dei robot militari PackBot e SUGV. La Greiner è stata presidente della iRobot fino al 2004 e direttore generale fino a ottobre 2008.

In particolare, ha sviluppato la strategia e ha guidato l'entrata degli iRobot nel campo delle applicazioni militari. Ha favorito una cultura dell'innovazione e dell'utilizzo pratico che ha portato alla creazione e alla fornitura di 4.000 PackBots alle truppe americane. Ha gestito inoltre i progetti di finanziamento che hanno riguardato la ricerca di fondi per 35 Mil$ come capitale di impresa e 75 Mil$ come offerta iniziale pubblica. La Greiner ha una laurea triennale in ingegneria meccanica ed una laurea specialistica in scienze dell'informazione, entrambe dal Massechussets Institute of Technology (MIT). E' stata inoltre candidata nel 2009 ad una laurea onoraria dal Worcester Polytechnic Institute.

La Greiner è stata ampiamente premiata per i suoi contributi visionari nell'innovazione tecnologica e nell'iniziativa imprenditoriale. E' stata nominata come uno dei Migliori Leader d'America dalla Scuola Kennedy di Harvard in collaborazione con il US News & World Report.

E' stata premiata dalla Associazione Internazionale dei Sistemi di Veicoli Autonomi (AUVSI) con il prestigioso Premio Pioniere. E' stata inoltre premiata come “Innovatrice del Prossimo Secolo” dalla rivista Technology Review. E' stata nominata come uno degli imprenditori dell'anno del New England dalla società Ernst & Young, invitata al World Economic Forum come Leader Globale di Domani e Giovane Leader Globale, e inclusa nella lista dei migliori del Women in Technology International. La Greiner è un amministratore nel MIT e nel Museo di Scienze di Boston (MoS). E' stata presidente eletto e membro del comitato del Consorzio della Tecnologia Robotica (RTC) dell'Associazione delle Industrie di Difesa Nazionale degli Stati Uniti (NDIA).

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- Può dirci qualcosa di sé, dove è nata, dove ha studiato, qual è il suo campo di studi ?

- Sono nata a Londra, in Inghilterra. Poi ci siamo trasferiti con i miei genitori negli Stati Uniti quando avevo circa 5 anni. Sono andata al MIT, dove ho studiato ingegneria meccanica ma ho seguito molte lezioni di ingegneria elettronica. Per la laurea specialistica ho studiato sempre al MIT ingegneria elettronica e scienze dell'informazione.

- E quando cresceva ha inventato qualche cosa ?

- Quando avevo undici anni mio padre portò a casa un computer TRS-80, uno dei primi personal computer, e si pensava che fosse per la famiglia. Ma presto divenne il mio, perchè ero l'unica che aveva la pazienza per imparare ad usarlo. Facevo giusto quel genere di cose che fa ogni undicenne: i videogiochi: space invaders, keyboards races, etc..

- Facendo un passo avanti, può definire la tecnologia e le sue invenzioni in termini tecnici, e poi definirle in termini per le persone comuni ?

- Costruisco sistemi robotici integrati, o “sistemi ciber-fisici”, che sono in grado di funzionare in ambienti non definiti utilizzando dei sensori dinamici e intelligenza incorporata. La robotica comprende molte altre discipline come intelligenza artificiale, sensori dinamici ed ingegneria elettronica. E' difficile individuare un'area che non sia utilizzata dalla robotica.

- Ce lo può spiegare in una frase con termini molto semplici ?

- Credo che dovrei dire che costruisco dei sistemi robotici pratici.

- Quando le è venuta la motivazione per questo campo di studi e che cosa le ha dato questa direzione ?

- Quando avevo undici anni vidi Guerre Stellari al cinema. Era il 1977 è mi innamorai di R2-D2, il robot umanoide. Se ha visto Guerre Stellari si rende conto che R2-D2 è più di una semplice macchina. Ha una personalità, ha un modo di fare, ed è uno dei personaggi principali. Fu la prima volta che vidi cosa potrebbe essere potenzialmente una macchina. Ora non siamo ancora a quel punto, ma la mia motivazione arriva da R2-D2.

- Qual era lo stato dell'arte prima che lei si dedicasse a questo campo ?

- Quando ero a scuola c'erano molti laboratori di robotica e prototipi, ma non c'era davvero un robot pratico nelle mani delle persone. C'erano più quelli che chiamerei delle “reginette da laboratorio”. Davvero roba forte. E tu puoi imparare molto, e scoprire molto, e inventare molto, ma non c'erano dei robot pratici che facessero un vero lavoro utile per le persone.

- Quando era a scuola faceva un lavoro professionale o commerciale ?

- Ero stagista al Jet Propulsio Laboratory della NASA, e quindi lavoravo ai robot per esplorazioni spaziali.

- A che punto decise di provare la strada dell'impresa privata finanziata invece di una carriera in una multinazionale o in un ente statale ?

- Quando vidi quello che stava accadendo nella robotica, mi resi conto che quello stavano portando avanti nei laboratori non stava portando davvero da nessuna parte. Tutto si fermava quando lo studente laureato se ne andava o quando i finanziamenti erano esauriti. I ricercatori avrebbero lavorato sul progetto per cinque anni, avrebbero ottenuto il loro PhD o avrebbero pubblicato un articolo e poi: “Oh, è fatta”. Io volevo lavorare a qualcosa che fosse più stabile.

- Il suo lavoro era in collaborazione con altri o lavorava da sola ?

- Era un lavoro totalmente in collaborazione. C'è un valore nel raccogliere idee da molte sorgenti differenti e combinarle insieme. Avere un gruppo di lavoro con persone differenti aventi idee differenti, ed essere in grado di prendere quelle migliori è un aspetto critico per una progettazione vincente.

- Quale pensa che sia il suo contributo al progetto, quindi ?

- Credo di avere un'attitudine molto pratica, così quando delle persone propongono molte possibili funzioni o architetture molto complesse, sono in grado di dire: “Hey, c'è tutto un problema a valle con queste idee”. La mia filosofia è quella che chiamo KIS (Keep it Simple – Mantienilo Semplice). Questo è quello che ha permesso ai robot pratici di uscire fuori nel mondo.

- Quando inizia un progetto vede prima la soluzione o vede prima il problema ?

- Credo di vedere prima il problema. Forse dico una bugia perchè in realtà tutto per me ha una soluzione robotica, non una soluzione di altro tipo. Ma guardando prima ai bisogni del consumatore, invece che alla tecnologia robotica, questo è ciò che ha contraddistinto la società iRobot. Per esempio, alla gente che compra un aspirapolvere Roomba non interessa che esso sia un robot. A loro non interessa il tipo di sensori che ha. Non gli interessa il microprocessore che ha e quanto sia fico. A loro interessa soltanto una cosa: quanto aspira bene ? E il pavimento è pulito quando ritorno a casa ?

- Lei ha lavorato molto nel campo militare. A loro interessa quello che il robot ha nella pancia ?

- Ai finanziatori della ricerca militare interessa, mentre ai ragazzi che davvero lo utilizzano nel campo non interessa davvero. Quello che gli interessa è che si attivi rapidamente, che funzioni sempre e ogni volta che lo accendono, che non richieda eccessiva manutenzione, e che faccia il lavoro richiesto. Che funzioni in missione. Nel frattempo loro sono occupati, gli stanno sparando oppure sono in una situazione pericolosa. A loro serve soltanto che funzioni.

- Quando inizia un nuovo progetto, riceve molte informazioni da queste persone, siano esse militari o consumatori ?

- Assolutamente sì. Penso che sia essenziale, ma quando stai realizzando qualcosa di completamente nuovo la comunicazione deve andare in entrambe le direzioni. Non è come realizzare un prodotto come un telefono cellulare. Non puoi dire semplicemente “Bene, dobbiamo fare questo, soltanto un pochino più veloce o più piccolo”.
Un buon esempio è quando iniziammo a consultare un focus group per il Roomba. Non mostrammo subito ai membri del gruppo il nostro prototipo. Invece, gli chiedemmo soltanto se gli sarebbe piaciuto un aspirapolvere robot e la risposta fu un sonoro “No”.
Loro si immaginavano il Terminator che spingeva un aspirapolvere verticale per casa. Fu soltanto quando gli mostrammo il disegno iniziale che cominciarono a dire cose come “sì, me lo comprerei”, o “non fa paura come immaginavo”. Con un prodotto completamente nuovo devi ascoltare il consumatore ma devi anche mostrargli nuove idee da valutare. A loro non piaceva l'idea del Roomba finché non rispondemmo alle seguenti domande: Quanto costa ? Che cosa potrebbe fare per me ? E dove lo posso conservare a casa ?

- Pensa che questo ritorno di informazioni cambi la direzione del progetto ? In qualche modo il consumatore le sta dando direttamente dei soldi, mentre un soldato sta soltanto utilizzando il prodotto e non gli interessa nulla dell'aspetto economico.

- No, non sono d'accordo con questo. I soldati sono responsabili per l'equipaggiamento che usano (loro firmano e sono responsabili nel caso che esso non ritorni indietro), e loro possono anche affezionarsi ad esso.
Abbiamo avuto un soldato della marina che era ritornato al magazzino portando con sé il robot. Era a pezzi dentro una scatola, e ha chiesto: “Lo potete aggiustare ?”. La risposta dispiaciuta è sempre (in questi casi): “No, se è saltato per aria".
E' uscito fuori che aveva dato un nome a questo particolare robot. Lo aveva chiamato Scooby-Doo, ed aveva effettuato 15 missioni di sminamento. Gli aveva riconosciuto il merito di aver salvato lui e i suoi amici, così era andato avanti essendo molto affezionato al robot. Penso che i militari, proprio come i consumatori, comprino un Roomba perchè è un apparecchio utile. Ma quando lo portano a casa notano che ha delle caratteristiche simili a quelle degli animali domestici, e quindi cominciano allo stesso modo a dare un nome anche ai robot.

- Pensa che sia importante o un bisogno umano quello di personalizzarlo in qualche modo con un nome ?

- Ho Non credo che sia un bisogno, è soltanto quello che succede perchè, di nuovo, ha delle caratteristiche che le persone associano alle cose viventi. Ora, non sto dicendo che i robot siano delle cose viventi, naturalmente. Ma hanno delle caratteristiche: si muovono per casa, rispondono all'ambiente in tempo reale, hanno un certo tipo di personalità, sono quelle che le persone associano alle cose viventi.

- Crede che le persone abbiano bisogno di qualche tipo di risposte dal robot ?

- Non credo che ne abbiano bisogno, ma a loro piacciono. Le aiuta a capire che il robot sta facendo un lavoro per loro.

- Progetta o implementa un qualche tipo di personalità dentro l'oggetto ?

- Oh, sì. Ma la funzione viene prima. Concentrarsi sul fatto che sia carino piuttosto che sia funzionante è controproducente. Il prodotto deve fare davvero bene il suo lavoro perchè i consumatori lo comprano come un'apparecchiatura. Dopo aver progettato un prodotto altamente efficiente, poi ci prendiamo la libertà di aiutare a promuoverne l'immagine. Sarebbe sorpreso di sapere quante discussioni abbiamo sull'iRobot quando i consumatori chiamano per dire “Hey, il mio robot è rotto. Lo potete aggiustare ?”. E noi rispondiamo: “Certo, ce lo mandi indietro”. E loro rispondono: “No, no, no. No, Rosie. Voi venite qui con un'ambulanza per aggiustarla, vero ? No, non ne voglio un altro. Io voglio Rosie aggiustata”.

- Quindi loro vorrebbero un dottore che faccia una visita a domicilio ?

- Sì, vogliono un robot curato a domicilio invece di rimandarlo come un telefono cellulare, cambiarlo con uno nuovo e andare avanti. Quindi c'è qualcosa di unico che riguarda la tecnologia dei robot.

- Penso che con gli anni le persone diventino molto affezionate anche alle loro automobili.

- Sì, lo penso anch'io. E alcune persone gli danno un nome. Ma penso che alla maggior parte di loro, se gli dici “te ne do una nuova” loro la cambierebbero.

- E' vero.

- Probabilmente accetterebbero l'offerta.

- Può spiegare il suo processo di ideazione ? Come approccia un problema e come trova la soluzione ?

- E' confrontando il bisogno con il prezzo della tecnologia. Noi possiamo costruire tanti robot belli ed efficienti, ma non sarebbero venduti perchè utilizzano una tecnologia che è troppo costosa. Così noi iniziamo dal bisogno e definiamo l'architettura del sistema. Individuiamo quindi un costo probabile del sistema. Vediamo quello che ci serve e quello che possiamo lasciare fuori. Vediamo quali componenti costosi possono essere riprogettati per utilizzare una tecnologia meno costosa.
Se otteniamo una architettura di sistema completa che funziona, iniziamo a lavorare su un progetto più dettagliato. Se no, è meglio cambiare i requisiti del sistema o provare un altro bisogno del mercato. Essere in grado di lavorare in settori di mercato maturi oggi, rispetto a venti anni fa, è una capacità difficile ma molto preziosa.

- Sì considera in primo luogo un inventore ?

-All'inizio della iRobot ero solita andare in laboratorio e costruire tutti i robot. A quel tempo mi sarei considerata un inventore. Ora mi considero un'imprenditore inventore che ha messo insieme un gruppo di lavoro e che lo segue per assicurarsi che ci si concentri sul giusto problema, che si comprendano i bisogni del consumatore, che ci si senta liberi di essere creativi, che ci si diriga in una direzione concreta, che si resista a mettere fronzoli nel prodotto, e che si progetti un prodotto unico che soddisfi i bisogni del mercato.

- Pensa, nei panni di un inventore, che abbia avuto bisogno di capacità particolari rispetto a quelle di un ingegnere o di uno scienziato ?

- Penso di essere in grado di fare il salto da qualcosa che non esiste a qualcosa che esiste. Molta gente non ci riesce. Ti forniscono tutti i motivi per cui una cosa non è stata fatta prima, piuttosto che saltarci dentro e immaginare il mondo nel modo che tu vuoi che sia.

- Sente che la maggior parte delle persone abbia paura di prendersi questa responsabilità ?

- No, non credo che sia paura di prendersi la responsabilità. E' la paura di immettersi su una strada sbagliata. Lo sa, uno può sempre trovare delle ragioni per non fare qualcosa. Quello che è difficile è fare quel salto. La chiave è essere capace di dire: “quel che sta succedendo è buono, ma noi possiamo fare meglio”.
Noi dobbiamo lavorare davvero per permettere ai ragazzi di fare questo. A scuola ti insegnano ad analizzare. Non stai inventando. Ti è dato un insieme di problemi e tu devi risolverli. E questo è quello che possono fare gli ingegneri, ma gli inventori vengono fuori con qualcosa di radicalmente nuovo e il primo passo è quello d'essere in grado di dire “Bene, perchè no ?”. Poi pensano alle ragioni per cui non è stato fatto prima. I buoni inventori se ne escono fuori con modi per affrontare queste sfide piuttosto che alzare le mani e abbandonare.

- Sembra quasi che lei stia dicendo che un inventore non abbia paura di fallire o che stia cercando un fallimento.

- Beh, non direi che stia cercando un fallimento, ma il fallimento è parte del processo inventivo. Come disse Edison, “abbiamo scoperto un migliaio di modi per non costruire una lampadina”.
Gli inventori in generale credono che loro possono farcela. Dobbiamo davvero credere di scalare quel muro per tutto il percorso e fare sacrifici per non lasciar perdere.

- Pensa che il credere appartenga a sé stessi ? Oppure si crede in una tecnologia ?

- Devi davvero credere in te stesso. Le tecnologie vanno e vengono e possono esserci diverse innovazioni in tempi diversi. Il "credere" significa che tu puoi prendere le giuste decisioni e davvero tirare fuori l'innovazione. Puoi passare da una tecnologia all'altra mentre stai inventando, e questo non importa. E' davvero la nuova possibilità che stai portando al mondo quello che importa.

- Mi direbbe uno dei suoi più grandi fallimenti ?

- Sì. Il mio più grande fallimento, io lo chiamo così, ma credo che eravamo soltanto in anticipo con i tempi. Intorno all'anno 2000 provammo a mettere in commercio un robot collegato ad internet. Questo robot permetteva di visitare un luogo tramite internet, si poteva muovere ed aveva occhi e orecchie. Avevamo realizzato un prototipo e facemmo grandi presentazioni.
Avrebbe potuto funzionare eccetto per il fatto che eravamo troppo avanti, la velocità di internet e l'utilizzo delle reti domestiche non erano ancora al punto da permettere l'uso di questa tecnologia. Ma questa arriverà. Molte aziende hanno ora questi prodotti sul mercato per usi commerciali.

- Lei ha parlato di innovazione. Ha una definizione particolare di questa parola ?

- Immaginare, e poi creare, qualcosa che non esisteva prima.

(segue)

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Intervista a Helen Greiner

fondatrice della iRobot

 





 

 
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